"Variazione n. 4" 1992 140x260, acrilici su lenzuolo Opera firmata in basso a destra Autentica dell'artista su fotografia rilasciata il 16-4-92. Fotografia scattata nell'atelier dell'artista prima della consegna
Opera eseguita su commissione dell'attuale proprietaria per l'abitazione torinese.
A corredo confezione originale in cui è stata consegnata l'opera, che reca scritte: "Edizione Multicenter/Variazione n. 4/Lenzuolo dipinto a mano- dimensioni 260x140 cm/Consagra"
Collezione privata, Torino
“La sola cosa che sono riuscito a fare per me, adatta al mio modo personale di vivere, per la mia casa, per le mie diverse case vuote, è stato di coprire i muri rintronanti di aridità e solitudine con stoffe, con lenzuoli su cui ritagliare e dipingere immagini” (Pietro Consagra, 1974, Multicenter grafica, Milano)
Pietro Consagra (1920-2005) non fu solo uno dei grandi protagonisti della scultura italiana del dopoguerra, ma un pensatore radicale che fece del rapporto tra l’opera e l’osservatore il centro della sua poetica; portò nella sua arte un linguaggio assertivo che si espresse nella scelta della frontalità, una vera e propria dichiarazione di intenti.
Fin dagli esordi Consagra si distinse per l’adesione all’astrattismo in cerca di un’alternativa alla scultura tradizionale, che egli definiva il “totem”: l’opera tridimensionale posta al centro dello spazio come simbolo autoritario e convergente. La sua risposta fu la scultura frontale – le sue lamine metalliche e i suoi Piani esigevano un rapporto diretto, un “faccia a faccia” con lo spettatore. Questo non era un mero fatto tecnico, ma un atto ideologico e umano: l’artista voleva spogliare la scultura da ogni pretesa religiosa o celebrativa, liberandola da sovrastrutture per creare un “dialogo” orizzontale, una scelta cosciente e rigorosamente costruita, come spiegò a Carla Lonzi nel 1967.
Tuttavia, proprio nel momento in cui la sua teoria sulla scultura frontale era al culmine, Consagra si concesse una sorprendente deviazione pittorica. Nel 1967, durante un periodo di insegnamento a Minneapolis, diede vita a un corpo di opere note come i “Lenzuoli”. Si trattava di dipinti realizzati su tessuto con colori lavabili, caratterizzati da una natura sottile, volatile e quasi effimera. I Lenzuoli non seguivano il rigore geometrico dei suoi metalli, ma si configuravano come un “flusso inconscio di immagini vaganti”. Questa produzione fu un campo di sperimentazione libero e liberatorio, una sorta di respiro poetico che agiva da indispensabile contraltare alla disciplina e alle istanze teoriche della sua scultura. Se la scultura era la tesi sull’impegno civico e sul rigore formale, i Lenzuoli ne erano l’antitesi emotiva, l’espressione di una sensibilità più immediata e personale. La dialettica tra l’impegno teorico e la libertà dei Lenzuoli fu chiaramente messa in luce in importanti appuntamenti espositivi, come la mostra del 1974 alla galleria Multicenter di Milano, intitolata “Variazioni di Pietro Consagra. Quattro lenzuoli dipinti a mano”. Fu in quell’occasione che l’artista stesso definì i Lenzuoli come quelle “immagini vaganti” che fungevano da contraltare alle sue istanze sulla scelta radicale di una scultura frontale, dimostrando come la sua ricerca totale fosse definita dalla convivenza tra rigore costruttivista e libertà espressiva.
L’opera in asta è stata eseguita da Consagra su committenza privata per un’importante abitazione torinese come parte dell’arredo, al quale ha collobarato la stessa Carla Lonzi.
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