TANCREDI (Parmeggiani) - 272/83 - Sant'Agostino Casa d'Aste
TANCREDI (Parmeggiani) - 'Il mostro che lecca la statua' (1959-1960)

TANCREDI (Parmeggiani)
Feltre (BL) 1927 - 1964 Roma

"Il mostro che lecca la statua" (1959-1960)
150x112, tempera su carta intelata
Opera firmata in basso a destra e intitolata in basso verso il centro
Già Galleria Schwarz, Milano (etichetta al retro sul telaio che reca data dell'opera "1959" e cat. n. 2924)
Già Galleria Franz Paludetto/LP220, Torino (etichetta al retro sul telaio che reca cat. n. 2924)
-1990, Belluno, Museo Civico Palazzo Crepadona, cat. n. 40, p.78 (etichetta al retro sul telaio)
Bibl.:-M. Dalai Emiliani, "Tancredi. I dipinti e gli scritti", vol. 2, Allemandi, Torino, 1998, ripr. n. 968, p. n. n. (reca data dell'opera "1960" e riferimenti dell'esposizione a Belluno)
In "Il mostro che lecca la statua", Tancredi Parmiggiani — nel pieno della sua stagione più intensa e visionaria — realizza un quadro in cui il segno e il colore definiscono un universo autonomo, vibrante e imprevedibile.
La figura centrale, il “mostro” dal volto quasi infantile, emerge tra velature blu e arancio, colature e lampi di luce, oscillando tra ironia e inquietudine. Intorno, il gesto pittorico si libera in linee nervose e movimenti
dinamici che, pur apparentemente casuali, costruiscono una composizione equilibrata e percettivamente intensa. La superficie non si limita a rappresentare: traduce, attraverso il ritmo dei segni e le modulazioni cromatiche, la tensione interiore dell’artista, sospesa tra impulso narrativo e astrazione lirica.
L’uso della tempera su carta intelata accentua la qualità vibrante del colore e la fluidità dei gesti: le stesure stratificate, le colature e i velamenti producono effetti di profondità instabile, conferendo alla pittura una vitalità quasi autonoma. La materia cromatica diventa protagonista, animando la scena e coinvolgendo lo spettatore in un’esperienza percettiva in cui ogni dettaglio — dai contrasti di colore ai segni più sottili —contribuisce a un ritmo visivo complesso e affascinante.
Tancredi (Feltre, 1927 – Roma, 1964), tra le figure più originali del dopoguerra italiano, fu allievo di Arturo
Martini e, per un periodo, vicino all’ambiente di Peggy Guggenheim. Presto elaborò un linguaggio
personale, caratterizzato da segni fluttuanti, atmosfere sospese e improvvise accensioni cromatiche. In questo quadro del 1959-60, realizzato poco prima della crisi personale che avrebbe segnato la sua vita, emerge il conflitto tra forma e dissoluzione, realtà e visione: un equilibrio instabile che resta cifra costante della sua poetica. L’opera testimonia la capacità di Tancredi di trasformare la superficie pittorica in uno spazio emotivo e contemplativo, dove colore, segno e gesto dialogano con la sensibilità dello spettatore,
rendendo la pittura esperienza viva e immediata.

Venduto a € 84.000 + d.a.

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